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Sulla spinta di alcuni musicisti "dinamici"
della scena romana: KBN,
Motorama,
Kardia, (che
hanno collezionato varie loro recensioni), superTrigger vuole
rendere onore a due appassoionati musicofili con: MIB, spazio
creato per riunire i loro interventi, (al 08-08-2004 stiamo ancora
aspettando la loro presentazione Ndr).
Live Report: LADYPARTY
Roma, La Palma, 20 aprile 2003
Motorama +
Ex-Girl + Hanin Elias
Casio-Techno-Pop-O-Punk from Kero Kero World! Presentata dalla Hup!,
la serata Ladyparty, in cui si esibiscono solo le signorine, si
è dimostrato un evento imperdibile: ad aprire la fase "aperitivo"
le sonorizzazioni riottose di dj Lepton e dj Lavy, e quindi adrenalina
garage punk con le Motorama, in formazione ridotta a due (perché?).
Le giovani grrrl romane, insieme dal 1996, ora in tour per promuovere
il loro primo vero album "No
Bass Fidelity", registrato da quel mattacchione di
Bugo e uscito il mese passato per la indie label Bar La Muerte,
dimostrano un mood robusto, essenziale e sbilanciato, quello che
ci si aspetta da una guitar band aggressiva e priva, per scelta,
del groove bassistico. Alle loro spalle le conturbanti proiezioni
di Candida Tv, tra le quali, particolarmente emblematica, la ripresa
di una vera installazione rotante alla cui sommità è
fissata un'inquietante barbie-manticora, testa di donna e corpo
di diplodoco. Mentre le Motorama chiudono il set con una cover dei
Devo, vengono distribuiti ai presenti (più uomini che donne,
in verità), delle "calendarie" mestruali e fanzine
(credo) femministe. Ed ecco le Ex-Girl
..
Alessandro Bonanni
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FRAMMENTI
DI VIOLENZA CONTROLLATA- KARDIA
Frammenti di violenza controllata si apre subito con timbriche
new-wave darkeggiante, tra Cure e Joy Division e, soprattutto, primi
Litfiba, ma le ritmiche sostenute spingono la prima traccia "Kubo"
ben oltre le ballate perdutamente melancoliche o il nichilismo ossessivo
ma aggrazziato dei referenti citati, fino ad un improbabile raddoppio
che rende il finale un po' bislacco e sguaiato. La seconda "Nero"
ibrida la stessa semantica power-dark con qualche riff più
pesante e una doppia voce che rimandano, blandamente, al crossover;
il brano mi sembra che la tiri troppo per le lunghe, con i suoi
ultimi due minuti di ostinata ripetizione del ritornello. "Brucia"
cambia registro e, con il basso martellante e gli archi sintetici,
evoca lo spettro dei Faith No More di "The real thing",
con piena soddisfazione del sottoscritto. Lo screaming - urticante
- non è però il timbro in cui Paolo Alvano si trova
più a suo agio; inoltre l'effetto pitch che armonizza la
voce in ottava bassa peggiora le cose (sembrando un cane che abbaia).
A parte questi dettagli, la traccia dimostra la capacità
dei Kardia di uscire dagli schemi e di saper costruire strutture
composite con dosate quantità di elementi musicali assai
diversi. "Trascendenza" è una lenta processione
stillante dolore e abbandono rassegnato alla vita. Nella sua totale
negatività monocorde è dotata di convincente coerenza
interna, amplificatrice del suo significato di matrice completamente
dark. "Nenia" fa caso a sé, ed è, nella
mia opinione, il brano più riuscito dell'ep: ha qualcosa
nel groove e nei frequanti cambi di tempo che sembra ispirato da
alcuni giri dei Porcupine Tree; c'è qualcosa di obliquo,
con punte di glam e prog-metal, e con l'uso più invadente
del synth, inserito in una struttura complessa. E' anche l'episodio
in cui la voce da del suo meglio, interpretandone con difficili
vocalizzi gli inusuali risvolti armonici. "Ancora lontano"
si attesta ancora su un buon livello, graziata dal missaggio che
sotterra i riff in sottotraccia nascondendone i profili di spicciolo
metal, evidenziando le cascate dei synth ed esteriorizzando la vena
più gotica. Il primo lavoro dei "Kardia" si conclude
così, tra luci e qualche ombra, dimostrando che la band ha
molto da dire, ma che deve anche raffinare la sua calligrafia che,
a tratti, si fa incerta. Sulla carta, un incontro tra la wave più
scura e l'energia strumentale potrebbe produrre qualcosa di simile
ai Placebo; qui invece l'impatto soffre della diluizione in strutture
si convincenti, ma forse troppo prolisse, e della sovraesposizione
della voce, con aperture che si fanno epiche ed indirizzate ad un
lirismo di sovente sopra le righe: tutto sembra subire l'influenza
della retorica, forse oramai esteticamente archiviata, della decadenza
a tutti i costi. Inoltre, la qualità della produzione ha
probabilmente amputato buona parte della carica cinetica della band,
al punto che un ascolto dal vivo credo potrebbe essere maggiormente
rivelatorio della sua vera essenza, che vuole sintetizzare, saltuariamente
con buona riuscita, l'anima dark con la potenza del rock.
Alessandro Bonanni
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BRAIN- KBN
Il disco, nelle sue sette tracce, rivela le molteplici sfaccettature
dei KBN attraverso richiami che spaziano dall'indie italiano al
noise della gioventù sonica al post-punk. Il riffing scandito
e preciso di alcuni brani ("N.P.") si spinge fino in territori
crossover e nu-metal, mentre laddove il suono si fa più slabbrato
e rombante ("Acid dreams") è possibile cogliere
un'eco southern, sebbene decontestualizzata. A grandi linee, la
stessa foto di copertina, nella sua dualità, riassume le
anime contrastanti della band, che vive di questo costante cortocircuito
tra la robustezza del suono e la melodia della voce, alienazione
e dolcezza, stratificazione sonica e emotività che vanno
a braccetto continuamente, per tutta la durata del disco. Gli amici
del sofisma musicale potranno divertirsi a districare l'arzigogolo
della seconda traccia "Puppet Show", a parer mio l'episodio
più felice del disco. Si avvia con un riff crossover molto
squadrato, ma dopo appena 30 secondi c'è un arresto. Il basso
riparte, e non ripete tutto il riff, ma solo un frammento minuscolo,
come se operasse un cut 'n' paste e lo mettesse in loop. La risultante
di questo, posta in relazione col tempo semplice precedente, suggerisce
(almeno al mio cervello) che si tratti di una serie di figure sincopate
che si girano tra loro e ritrovano il verso ogni 3 beats. Ma, invece,
intervengono voce e armonia in modo inaspettato, stabilendo un tempo
composto, e l'orecchio si trova per un attimo in imbarazzo. Lo ascolto
e lo riascolto, e ricasco ogni volta nel tranello... Il nuovo andamento
ritmico, e la melodia scandita dalla chitarra, schiaffeggiano i
presupposti crossover del pezzo. Ma non è finita qui, perché
le chitarre continuano ad intensificarsi fino ad nuovo cortocircuito
sonico che rimette di nuovo tutto in gioco, fino agli stacchi e
all'isteria vocale della conclusione. Il tutto avviene in poco più
di tre minuti e si svolge con estrema naturalezza. Altri trabocchetti,
chiamiamoli "illusioni acustiche", probabilmente frutto
della spontaneità e dell'improvvisazione più che di
una pianificazione a tavolino, sono presenti altrove (vedi ad es.
l'inizio di "snork"), e manifestano la capacità
dei Kbn di giocare con la ritmica e di interpretare e rimescolare
in modo creativo alcuni clichè dei generi. Stante la bontà
di tutti i brani del disco, in verità privo di cadute di
tono, sembra che ancora sia da definirsi uno stile omogeneo che
rappresenti la band in modo inequivocabile, laddove è possibile
rilevare una certa indecisione non solo tra le attitudini, ma anche
per quanto riguarda la lingua (l'inglese è comunque quella
predominante). E' chiaro che il loro cammino artistico è
lungi dall'essere esaurito, e dovranno confermare le valide aspettative
alimentate da questo ottimo cd con un futuribile lavoro dal contenuto
più concettualmente unitario, che dia forma definita all'ispirazione
di fondo che è quella di raccordare potenza sonica e melodia
in una efficace intuizione al contempo muscolare ed emotiva dell'indie-rock.
Alessandro Bonanni
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BRAIN- KBN
Klaatu Barada Nikto! Lurlo arriva dalle produzioni
cinematografiche minori della fantascienza di qualche decennio fa,
quel film era Ultimatum Alla Terra, lo stesso out-out
che i quattro ragazzi romani, incidono su sette tracce taglienti
e senza compromessi. Trasversalità degne del miglior noise/hardcore
americano, con quella chitarra a volte fuzzata, a creare un impasto
sonoro di mutevole fascino. Brain si apre con due brani
apparentemente ostici, levigati a lucido con il cantato disperato
che fanno da apripista a N.P. silenziosa litania, penetrante
e ancora il rumore bianco che attraversa la melodia in una sapiente
Aibliv. Musicisti preparatissimi dalle lunghe vedute
sonore, che non si limitano allamore viscerale verso gli eterni
Fugazi, ma rielaborano le influenze personali in maniera eccellente.
Il quartetto è una macchina oliatissima difficile da fermare,
dunque non cè spazio per elucubrazioni mentali, i KBN
non perdono tempo e chiudono il sette-pezzi prima con unottima
Snork, che rivela anche il lato più ragionato
della band, per finire poi con la tensione di Wicked Worm
. Una nota di merito va infine alla copertina, una splendida foto
di Alessandro Carpentieri, che ci ricorda come la felicità
possa essere trovata anche dentro lanima delle piccole cose.
Quelle che rendono grandi i K.B.N.
Emanuele Tamagnini
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Three
Second Kiss + Jasmine Shock + KBN
+ Physique
du Role
Nelle due serate Polyester
@ INIT. Sinergie indipendenti generano serate interessanti. Roma,
4 e 5 aprile 2003.
Una doverosa premessa: una volta temevo di consumarmi i polpastrelli
a furia di ripeterlo; ora ho imparato ad usare gli shortcuts della
tastiera, e oramai, col copia e incolla, dover scrivere il nome
di Steve Albini ogni tre righe di testo non rappresenta più
un problema. Comunque, siamo tornati all'INIT per documentare le
due serate consecutive organizzate dal collettivo romano Polyester:
si tratta di un coordinamento di musicisti, operatori culturali,
dello spettacolo e del sociale, fondato sulla partecipazione attiva
dei consociati, privo di scopo di lucro e autofinanziato. Il collettivo
nasce a Roma nel 2000, e raccoglie diverse band appartenenti alla
scena indie locale aggregatesi intorno al valore della collaborazione
reciproca al fine di autoprodursi e autopromuoversi nel migliore
dei modi. Per chi volesse saperne di più ecco il link al
sito ufficiale www.polyesteronline.it
. Il locale ha fatto il pieno tutte e due le serate, indizio
sia della qualità della proposta, sia della ferrea dedizione
dei simpatizzanti e degli amanti della musica "altra"
che, come noi, hanno trovato nell'Init una locazione privilegiata.
Si parte con i romani KBN (acronimo di Klaatu Barada Nikto
frase dal misterioso significato presa da un b-movie degli anni
50) che si muovono sulla direttrice noise con chiari riferimenti
a Sonic Youth e Fugazi, con qualche inserto crossover ed espedienti
ritmici abbastanza originali. Dimostrano di essere decisamente in
serata: nonostante la malasorte li abbia colpiti nel primo brano
(voci sparite dal mixer, corde della chitarra saltate) esprimono
un tiro molto alto e trascinante, un suono saturo e appagante. Seguono
le guest-stars della serata, i bolognesi Three Seconds Kiss. E'
appena uscito il loro nuovo album, "Music out of music",
accolto dalla critica, in modo spesso entusiasta, come l'ennesimo
episodio math-rock/noise/sperimentale degno di rilievo anche internazionale,
e sta di fatto che il disco è stato registrato (eccoci) da
Steve Albini e la produzione ha quel sapore "vintage-live-primordiale"
che è un po' il marchio di fabbrica dell'osannato ingeniere
del suono (già con Nirvana, Jon Spencer, Mogwai, cito a caso
ma potrei proseguire per molto...) Vengo introdotto clandestinamente
nel backstage e così ho l'onore di documentare l'assunzione,
da parte del trio, di sostanze altamente dopanti, quali farro, fagioli,
maccheroni, enormi sleppe di pane con cotolette alla milanese, pizze
rustiche e, ovviamente, vino rosso. Ecco la sorgente del loro eclettismo,
altro che i Libertines e le loro polverine magiche... Sul palco
mostrano dei pezzi d'artiglieria d'annata: al basso quello che mi
pare un classico Ampeg, e alla chitarra un mastodontico Fender che
non avevo mai visto prima: il risultato è un suono d'altissimo
profilo tecnico, raffinata e inacidita reinvenzione del vintage
sound sgorgante armoniche e stridenti dissonanze: gli strumenti
sembrano suonare da soli, ma il segreto è tutto negli amplificatori
(i musicisti americani lo sanno da sempre, chitarre e ampli rappresentano
forse l'unica forma di artigianato yankee, ed evidentemente c'è
pure qualcuno, in Italia, che ogni tanto se ne accorge). Incominciano
gigioneggiando basso e chitarra, cercando un virtuosismo esasperato,
o forse facendoci saggiare la pioggia tintinnante che distillano
gli amplificatori, ma quando entrano nel vivo dimostrano una ferocia
strumentale spaventosa. Probabilmente è corretto chiamare
in causa, come referenti, i Don Caballero. Laddove la chitarra sputa
fuoco sotto forma di scarne armoniche dissonanti, la sezione ritmica
può essere assimilata alla Macchina della Morte di Daitarn
3: quando arriva fa una gran paura, ha tanta presenza scenografica,
ma poi finisce in fretta. Ci vuole poco, onestamente, a riprendersi
dallo stupore provocato dalla frammentarietà e dalla potenza
concreta e spigolosa di matrice shellachiana, e cominciare a domandarsi
il perché dei Three Second Kiss. Mentre dagli Zu un analogo
discorso viene portato scandalosamente fino alle estreme conseguenze,
fino a rifondare una estetica musicale talmente nuova, intraducibile,
aliena, da contenere un fascino quasi esotico nonostante la vicinanza
culturale degli strumenti utilizzati (basso batteria e sax), dopo
tre pezzi dei Three Second Kiss si ha la sensazione di aver sentito
tutto, e dopo sette si può anche boccheggiare, sazi come
alla fine di un pranzo, ma di fronte alla prospettiva della difficile
digestione; tali sono la facondia, la difficoltà e la pesantezza
del loro gergo musicale (con la voce, francamente, tanto periferica
da essere ininfluente), che ne basta un boccone per convincersi
che sono dei musicisti eccezionali, per apprezzarne l'impatto, ma
anche per averne abbastanza se non si è nella serata giusta.
Il secondo appuntamento viene invece aperto dai Physique Du Role,
un altro gruppo romano Polyester. Purtroppo dobbiamo scusarci con
loro, in quanto, proprio quando stavano incominciando a suonare,
siamo dovuti accorrere alla chiamata di aiuto di un amico rimasto
con l'auto in panne, e quindi ci siamo persi il loro peculiare nu-metal
che alcuni dicono essere influenzato dal post-punk, associato tanto
ai Korn quanto agli Helmet, e persino a realtà inconciliabili
come Tool e Afterhours. Ultimi ospiti dell'Init rimangono i Jasmine
Shock, catanesi su etichetta Wallace, insieme dalla primavera '96,
inizialmente sotto il nome Youth Against Fascism, pseudonimo che
malcela l'influenza dalla scena noise-grunge allora in voga. Primo
brano in scaletta "One Minute Man" (se ho capito bene)
che, con irriverenza, è dedicato a tutti gli eiaculatori
precoci presenti in sala; io preferisco leggerla come un omaggio
ad un fantastico gruppo punk/proto-hardcore. Tutto gira intorno
alla voce della carismatica frontgirl Flavia, che è capace
di strappare l'unico applauso spontaneo che finora si è sentito
in questi primi vagiti di Init: la sua inarrivabile imitazione della
scimmia ha fatto entusiasmare il pubblico, di solito più
freddo e intellettualmente distaccato (a proposito, il loro nuovo,
atteso a giorni, si chiamerà "2monkeys fighting for
a banana" e sarà prodotto ancora una volta da Wallace
Records). La chitarra fulminea del simpaticissimo e nervoso Vonsik
è come un trapano, distilla gocce di candeggina ghiacciata,
sotto forma di fraseggi psicotici, da un ampli-congelatore Vox.
Il basso è squadrato come un monolite di pietra, innescato
continuamente da un drumming arricchito da pad elettronici di cui
si fa un uso molto interessante. Oltre al riferimento al post-punk
in genere, e ai Fugazi in particolare, emerge un solo altro nome:
Steve Albini (e daje). Direi che la sua influenza in termini di
suono e attitudine è davvero palese. Non a caso, quindi,
il titolo del un precedente lavoro dei Jasmine Shock (sempre su
Wallace) è anche lo stesso di un brano dei Big Black, ovverosia
"Passing Complexion". Non finisce qui: sarà scontata,
ma l'associazione con i conterranei Uzeda, una delle poche bands
italiane ad aver registrato proprio con Albini (le altre sono i
funambolici Zu, e i succitati Three Second Kiss) la trovo davvero
a portata di mano; a voler rimarcare le differenze, i JS mi sembrano
possedere uno slancio meno nichilista, sono più spumeggianti
e divertenti; di converso, non riescono a raggiungere la stessa
tellurica oscurità degli Uzeda (che, per me, restano un spanna
sopra anche ai Three Second Kiss). Ironici e freschi lo sono invece
senz'altro, e la serata risulta divertente, canzonatoria, allegra.
Si percepisce, tuttavia, anche qualcosa di torbido, di viscerale
ed uterino, nella loro musica; una trasgressione che, però,
mi sembra già ampliamente assimilata, digerita, anche se
a fatica, nel corso degli anni. La volontà alternative di
stupire li porta infatti, verso la fine, fuori strada, quando passano
al "momento poesia introspettiva sulla droga" o quando
inscenano un "esperimento sulla comunicazione" in cui
il musicisti ripetono una monotonia finché l'Init non grida
basta. Rappresentano il tentativo di andare oltre l'intrattenimento,
un pretenzioso mezzo per intellettualizzare la prestazione musicale
(qualcosa del tipo: "ti sto spiegando un concetto, ma non credo
che lo capirai"), a fronte del quale rimango perplesso. Il
concerto si chiude, e con esso l'interessante due-giornate proposta
dalla Polyester, con un bis il cui rigore ritmico rimanda al 100%
agli Shellac. Non ci resta che salutare con grande entusiasmo iniziative
come questa, che fanno luce sulla scena indipendente più
meritevole, tanto quella nazionale quanto quella, più strettamente
locale, di Roma.
Alessandro Bonanni
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K.B.N.+Fumisterie
+Pekisch @ Init
Una nuova serata Polyester all'insegna della musica italiana indipendente
e di qualità. Roma, 01 giugno 2003.
Mentre una parte dell'audience romana è convogliata
al Palacisalfa, ad assistere alla prima venuta degli White Stripes,
la domenica vigilia di festa ci propone fortunatamente anche un
appuntamento con la musica italiana organizzato dal coordinamento
di band indipendenti Polyester. L'afosa serata viene smorzata dall'ormai
accogliente Init, divenuto importante punto di riferimento per la
musica underground che per l'occasione apre le porte ai romani K.B.N.
(già visti di supporto ai Three Second Kiss) Fumisterie ed
ai milanesi Pekisch. Gli avventori assisteranno a circa un'ora e
mezza di set diviso equamente per i tre gruppi, a causa delle solite
beghe sul "rumore" musicale che renderebbe insonne persone
in abitazioni lontane anni luce dal locale! Superata la rabbia di
una situazione che nella capitale assume contorni tra il ridicolo
ed il malinconico, partono a spron battuto i K.B.N. che da subito
sembrano molto più compatti rispetto all'ultima uscita che
li aveva visti penalizzati anche nel "volume" del loro
suono, così il quartetto guidato da Maurizio Proculo può
riversare taglienti angolature metalliche presenti nel loro album
autoprodotto "Brain". Le congiunture con l'hardcore di
matrice USA ci sono tutte, ma la potenza che fuoriesce dalla perfetta
sintonia dei nostri, appartengono alla bravura dei singoli e pezzi
come "N.P." e "Snork" possono considerarsi ormai
dei veri cavalli di battaglia della formazione capitolina. Batteria
incessante, basso a penetrare come un bisturi chirurgico e quell'alternanza
alla sei corde rende il breve set, un happening folgorante che paralizza
e ci prepara alle melodie indie pop dei Fumisterie. Forti di un
album bellissimo e strordinariamente concepito ("Scandalo Negli
Abissi") uscito lo scorso Febbraio e figlio di una meritoria
autoproduzione, i quattro ragazzi stupiscono per come riescono (meglio
addirittura che sul solco digitale) a proporre le loro soffuse e
diluite linee melodiche che fanno di brani come "Sono",
"Meridionale" e "L'anima E'Un Giocattolo" autentici
potenziali singoli da air play radiofonica. Marco Sutera (autore,
cantante e chitarrista) è il fulcro catalizzatore dei Fumisterie,
con la sua voce leggera e sognante tratteggia le armonie dell'anima,
tra mutamenti malinconici e vagheggiamenti poetici, dove a parlare
è quell'universo (abissi) fatto di piccoli grandi silenzi.
Come per i compagni di scuderia K.B.N., anche per il giovane quartetto
un breve show che rimane a lungo nella mente e non ci fa godere
appieno l'inizio del set dei lombardi Pekisch. Un'altra line-up
di quattro elementi, devota ad un certo chitarrismo caro ai Marlene
Kuntz, con un cantante bravo a teatralizzare le sue interpretazioni
e ovattando a volte una certa ripetitività nel songwriting,
che dovrà sicuramente essere riveduto per poter meglio essere
amalgamato alla indubbia potenza che scaturisce dagli ampli della
band. La serata volge al termine, quando a ridosso dell'una di notte,
quella fastidiosa afa ha lasciato ormai il posto ad un'insidiosa
brezza che ci accompagna al meritato riposo.
Emanuele Tamagnini
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