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The Killers: Hot Fuss

THE KILLERS HOT FUSS


On the Plate:
Musica come... cibo per l'Anima.

Delirio e brit-pop a Las Vegas . Sulla scia dell'anglo-folgorazione di band statunitensi come Interpol e The Strokes , cavalcando – lancia in resta – l'onda del ritorno alle sonorità post-romantiche della fusione pop-rock, esordiscono The Killers , capitanati dal cantante e tastierista Brandon Flowers e dal chitarrista David Keuning .

“Hot Fuss” è un'opera prima estremamente promettente: per la capacità delle tastiere di stemperare l'aggressività del sound della band, per l'impatto di canzoni come Somebody Told Me o Jenny Was A Friend of Mine , per la percezione di “rabbiosa solarità” che rimane inalterata a distanza di molti mesi dal primo ascolto. È un disco davvero divertente: naturalmente non si fatica a riconoscere influenze e matrici (primi Oasis , Suede , The Cure più ameni), e spontaneamente l'album innesca una straordinaria voglia di sorridere e di ballare: sembra nato per essere la colonna sonora di un momento di gioia pura. A dispetto del nome, questi musicisti americani sono luce vera.

Non voglio sbilanciarmi in previsioni a proposito del loro futuro; la storia del rock insegna che questi exploit possono restare serenamente isolati, a dispetto di anni di attività: tuttavia riconosco, sin da questa prima prova, una carica e una predisposizione alla grandezza e alla popolarità che da diverso tempo non percepivo con tanta chiarezza. Auspicando che MTV e il sistema non si nutrano della loro incredibile energia vitale, entro nel disco (per non uscirne, almeno per qualche altro mese).

Incipit: Jenny Was A Friend Of Mine . Per prima cosa, pioggia di effetti. Pale d'un elicottero in avvicinamento (omaggio a “Do You Know What I Mean” degli Oasis?). Ancora effetti. Schitarrata micidiale. Entra la batteria, quindi il basso. Finalmente, la voce di Brandon Flowers. Graffia e incide. È un'interpretazione davvero intensa e trascinante. La storia che si racconta è vecchia: ha tradito la ragazza e cerca di spiegarle che quel che è accaduto non cambierà niente. Invano. “ We took a walk that night / but it wasn't the same / We had a fight on the promenade out in the rain / She said she loved me / but she had somewhere to go / She couldn't scream while I held I close / I swore I'd never let her go / Tell me what you wanna know / Oh come on, oh come on, oh come on / There ain't no motive for this crime / Jenny was a friend of mine / So come on, oh come on, oh come on ”. Sembra di ascoltare un pezzo storico dei Duran Duran ibridato con gli Suede: si sintetizzano vent'anni di pop sposando tastiera e chitarre. Notevole. Glam? E andiamo.

Segue Mr. Brightside : si canta di una gelosia irresistibile. Le chitarre in apertura sono estremamente oasisiane. Immaginate “Just like Heaven” dei Cure sprofondata nel brit pop: inquinata da un sentimento di fastidio e di insofferenza, e tuttavia ancora trascinante e limpida. Qualcosa del genere: batteria e tastiera a dare il ritmo e il respiro del vostro spirito. La voce di Flowers a rappresentare il vostro desiderio di riconquistare la persona che avete perduto: e a dimostrare quanto a fondo scava l'amarezza: “ I just can't look / It's killing me / And taking control / Jealousy, turning saints into the sea / Swimming through sick lullabies / Choking on your alibis / But it's just the price I pay / Destiny is calling me / Open up my eager eyes / ‘Cause I'm Mr Brightside ”.

E veniamo adesso a Smile Like You Mean It . Entrano assieme chitarra e tastiere. La testa va avanti e indietro. Da subito. Perché mi sembra di sentire “Fire in Cairo” più veloce e meno ipnotica, e tuttavia coinvolgente? “ Save some face / you know you've only got one / Change your ways / while you're young / Boy, one day you'll be a man / Oh girl, he'll help you understand ” – forse è il basso neworderiano , e ancora mi indispettisce questa tastiera che sta addolcendo quel che non dovrebbe avere dolcezza. Flowers sta congedando un amore che non poteva non doveva essere. Io sono ipnotizzato dal basso. E il meglio sta per venire. Se un'anima rock cerca una ragione per entrare onestamente in fissa con questo disco, posso darle un nome: Somebody Told Me .

Spezzano subito l'attesa chitarre punkeggianti; e quel suono entra in testa per non andarsene mai più. Le distorsioni fanno deragliare la lucidità. Da un momento all'altro, in una manciata di secondi, il pezzo implode. Entra il canto di Brandon Flowers: con una voce che scartavetra, sì. Il testo non è memorabile – è qualcosa che s'avvicina all'incazzatura di un uomo che pretende di avere quel che gli spetta di diritto. L'oggetto del suo desiderio.

Sì, legittimo. “ Breaking my back / just to know your name / Seventeen tracks and I've had it with this game / I'm breaking my back just to know your name / But heaven ain't close in a place like this / Anything goes but don't blink you might miss / Cause heaven ain't close in a place like this / I said heaven ain't close in a place like this / Bring it back down, bring it back down tonight / Never thought I'd let a rumour ruin my moonlight ”. E adesso, sì. Ritornello assassino con bouquet di tastiere paracule in clausola, e testo del cazzo. Perfetto. Assolutamente indovinato. “ Well somebody told me / You had a boyfriend / Who looks like a girlfriend / That I had in February of last year / It's not confidential / I've got potential ”. Sì, sì, sì. Fantastico.

Da questo momento in avanti, l'anima rock trova sensato e divinamente giustificato l'acquisto del disco. Il resto potrebbe essere pleonastico. Avanziamo con avidità nell'ascolto. Insaziabili. Questa carica è fuoco totale e inestinguibile. All These Things That I've Done è annunciata da una goccia di pianoforte. Alla Embrace prima maniera. È un brano disteso e destinato a placare il disordine emotivo figlio dell'ultima, disastrosa e splendida traccia.

È pure britpop . Las Vegas? Lasciamo stare. Questa è genialità inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, ibridata con qualche intuizione rock statunitense, e discreta confezione – io sto ascoltando Verve , Oasis, Suede, Mansun , Smiths , New Order e via dicendo. Quale America: questo è puro sound europeo. Senza rinnovamento. Senza alterazione.

Muta la miscela. Nostra è la benzina. Sappiamo come alimentare il fuoco. Noi abbiamo inventato il fuoco. Ed ecco Andy, You're A Star . Una dichiarazione d'amore a qualcuno che non doveva essere fedele soltanto a una donna; per notevoli riff, canto che sembra parlato, invito a lasciare il numero su un armadietto, perché “ In nobody's eyes but mine/ Andy You're a Star ”. Forse qualche debito nei confronti dei White Stripes . Fermiamoci qua.

È il momento di On Top . “ The day is breaking, we're still here / Your body's shaking, and it's clear / You really need it, so let go / And let me beat it, but you know / That I've been down across the road or two / But now I've found the velvet sun / That shines on me and you ”.

È accattivante, come l'intero disco. Non sembra neppure un pezzo di transizione: si lascia ascoltare, diverte e illumina e accende (vitalità): sento Interpol , e quindi Television , e quindi tanto altro, dai Rolling Stones in avanti. Ma continuo a sentirmi divertito e conquistato, fantastico così: senza intervallo.

Change Your Mind è un pezzo stupido e fiacco, difficile negarlo: un riempitivo per accompagnare il disco alla conclusione. Tastiere irritanti a giocare su un rock molto accessibile e molto radiofonico: non memorabile, eccettuato il ritornello – prevedibile anche questo. Believe Me Natalie è Simple Minds e Radiohead distrattamente pop e sprazzi di buona batteria (Ronnie Vannucci conosce il suo mestiere). Midnight Show sta per consegnare un album d'esordio divertente e piacevole alla memoria: è ben arrangiata e metabolizzabile, replicando ancora e ancora qualche accordo già ascoltato credo venti anni fa. Nel magma della scena indie inglese: intuizione comune a centinaia di band (e agli Interpol, oggi, nelle fasi di stanca: ascoltare “Antics” per credere). Infine, il congedo: ovviamente, Everything Will Be Alright . Non poteva essere altrimenti, per chi ha ideato Somebody Told Me. È un brano-carillion, facilmente addomesticabile e riproducibile: i The Killers non hanno inteso fare concessioni al lento pomicioso, hanno giocato altra carta; pezzo introspettivo e sognante, dalla struttura semplicissima e keyboard-leaded . Carino, come giocattolo: “ I believe in you and me / I'm coming to find you / If it takes me all night / Wrong until you make it / And I won't forget you / At least I'll try / And run, and run tonight ”.

Ottimo esordio. Se questa band dovesse decidere di rinunciare al divertimento, ai guadagni e alle groupies , per almeno qualche anno, non dubito che potrebbero originare qualcosa di memorabile. Vedremo.

Intanto, se avete più di venticinque anni e non vedete l'ora di ritrovare reminiscenze ed estremismo adolescenziale, non privatevi del piacere di ascoltare “Hot Fuss”. Finirà per strapparvi più d'un sorriso. Compiaciuto.

THE KILLERS:
Brandon Flowers . Vocals / Keyboards.
David Keuning . Guitar.
Mark Stoermer . Bass.
Ronnie Vannucci . Drums.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Hot Fuss , Island, 2004.
Las Vegas , 2002. Nascono i The Killers.

Approfondimento in rete : Island Records / The Killers (UK) / Pitchforkmedia / KDCobain / XFM / BBC / Rocklab .

Gianfranco Franchi, “Lankelot” . Gennaio 2005.

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