On the plate
   
 
Planet Funk: Non Zero Sumness


PLANET FUNK
NON ZERO SUMNESS

On the Plate:
Musica come... cibo per l'Anima.

Planet Funk, spiega l'introduzione al gruppo nel loro sito, planet-funk.net , è un nome che suggerisce un'idea di grandezza piuttosto anomala rispetto alla norma, nel nostro orizzonte discografico. Sergio Della Monica, uno dei fondatori del progetto, snocciola le vocazioni del gruppo: funk, psichedelia, rock, soul, metal e house, fuse e confuse dalle esperienze dei quattro elementi del gruppo e cortocircuitate dalle influenze degli ultimi trenta anni di musica. I nomi degli illustri antecedenti lasciano basiti: Brian Eno, Pink Floyd, The Police, The Clash, Depeche Mode, King Crimson, Cocteau Twins. Il povero giovane critico aggrotta la fronte, lette queste bellicose premesse; e ascoltati, tra autunno ed inverno, i primi singoli, "Chase the Sun" e "Inside all the People", si domanda dove echeggino i Pink Floyd e i King Crimson, tanto per scomodare i primi mostri sacri che vengono in mente, in quei brani che al limite sembrano uno "strange cross", per rimanere in ambito anglofilo e anglofono, tra i Depeche Mode e Mike Oldfield dei tempi di "Crises". In effetti, in quei singoli mancavano le loro eco: ma posso garantire, ascoltato il disco, che sebbene a proposito dei Pink Floyd( e sarebbe bene, ogniqualvolta qualcuno si appelli alle divinità del fluido rosa, che venisse spiegato a quali Pink Floyd si allude: un gruppo dalle quattro anime, dalle quattro storie, non può essere trattato come un monolite) io stia ancora cercando l'influenza di base, lanciandomi a volo d'angelo contro le pareti della stanza, di testa in tuffo(che sia la psichedelia?), all'opposto qualche traccia della progressive si sente, eccome. Di rado, ma si sente.

E già questo può bastare ad affascinare qualche cultore di rock: un ibrido tra Depeche Mode, King Crimson e Mike Oldfield non è esattamente il prodotto canonico della terra di provenienza dei Planet Funk. Terra di provenienza che sorprenderà non pochi tra i lettori di questa pagina: Napoli.

Sentiamo come dipingono la città partenopea: "Una delle città italiane più cosmopolite e culturalmente eterogenee, dove coesistono la tradizione dell'opera e la sperimentazione nei club. Andy Warhol era solito lavorarci nei primi anni ottanta, e i Pink Floyd suonarono dal vivo nel 1971 in quel di Pompei, a pochi chilometri di distanza, lungo la costa".

Impressiona, nel sito di questa band, una presentazione del genere. Non è difficile leggervi una volontà di europeizzare la loro città di origine e di creare suggestivi antecedenti al loro magma creativo: merita un plauso, senza ombra di dubbio, l'originalità dei richiami artistici.

Sergio Della Monica, Alessandro Sommella e Domenico Canu, tre dei quattro membri, operarono negli anni novanta come "Souled Out"; il loro singolo di debutto "Shine on", nel 1991, fu la prima uscita internazionale di un disco italiano della Sony.

Conobbero il dj genovese Alex Neri, anima funk e house del gruppo, proprio nell'ambito delle loro prime iniziative da produttori, per l'etichetta Bustin' Loose(anche vocazione da mecenati, musicisti allertatevi): Neri e Marco Baroni pubblicarono due Ep con lo pseudonimo Planet Funk, e fu solo nel 1999 che, in quel di Miami, i nostri si incontrarono e discussero dei loro desideri sperimentali: era comune vocazione quella di fondare un gruppo eclettico e postmoderno, per così dire, finalmente contaminato da generi musicali precedentemente ritenuti in contraddizione tra loro. Ed ecco "Chase the Sun", voce femminile della lappone Auli Kokko, amica del Della Monica. Produttore è un nome noto: David Boyd della Virgin, già eminenza grigia dei Verve.

Quello che voglio considerare, ma è un auspicio il mio, il futuro vocalist e front man del gruppo, per le qualità canore e la presenza carismatica, è Dan Black, voce dei brani "Inside all The People", "the Switch", "Who said" e "Paraffin": nel suo passato, nomi oscuri come "Leigh Bowery's Minty", e, oggi, "The Servant". Occhio a questo cantante che, a suo dire, passa troppo facilmente per un outsider. Ha talento da vendere, e una presenza scenica che mi ricorda, e esteticamente e per capacità di interpretazione, per differenti ragioni David Gahan, Brian Molko e Richard Ashcroft.

Prima di prendere in esame singolarmente le canzoni, mi piace sottolineare, ancora ispirandomi dalle pagine del sito, la volontà espressa dal Della Monica di suonare per le strade, perché "la vita è nelle strade, non in televisione o negli studi di registrazione". L'obiettivo è rappresentare la prima voce di un puro rinascimento musicale, qualcosa di universale: una missione per i Planet Funk, orgogliosamente manifestata nella presentazione del disco. Vogliono non fare, ma essere storia della musica. Di fronte a questi presupposti, inchiniamoci al coraggio e al sogno di questi artisti, e passiamo ad analizzare il disco. Due anni di lavorazione. Altra rarità.

1- Where Is The Max : incipit del disco. Prime influenze che mi vengono in mente sono Ozric Tentacles, senza ombra di dubbio, e un ritmo pop da primi Depeche Mode; ma senza quella malinconia, quell'ombra di fondo che contraddistingue le opere di Martin Gore e senza il furore radicale degli Ozric. Un brano, questo, che annuncia un disco senza ombra di dubbio eclettico e atipico. Ouverture suggestiva, ma non eccelsa. Se devo svelare la mia impressione, l'effetto è quello del pezzo d'apertura nelle serate nei club. Inizi ad avvertire l'atmosfera ipnotica, eppure rimani interdetto, prima di sentire che quella musica ti appartiene.

2- Chase The Sun: ed ecco il primo pezzo esplosivo. Il motivo trascinante di qualche tempo fa: un impatto puramente dance, poi ecco si ritrovano gli ultimi Depeche Mode, la verve dei Vecchi Orchestral Manoeuvres in the Dark, gli echi dell'eccelso "Crises" di Mike Oldfield. Viene da domandarsi quale sia il sole che si sta inseguendo, volando via: brano dunque luminoso e incandescente, probabilmente il più noto della band- non per questo il migliore, a mio avviso. Primo singolo.

3- All Mans Land: ascolto questa canzone e ritrovo "Foreign Affair" di Oldfield: ma senza quella spregiudicata leggerezza, all'opposto, con una vena malinconica e riflessiva e deliziosamente espressiva di una nostalgia implacabile. Una segnalazione per le doti canore di Sally Doherty, che - azzardo? - mi lascia sperare un futuro "Great Gig in the Sky". A proposito, non si limita a cantare. Il flauto qui è il suo.

4- The Switch : recentemente sui nostri schermi sta girando il video. Terzo singolo, dopo "Chase the Sun" e "Inside all The People": brano affidato all'abilità vocale di Black, accompagnato da suggestioni che potremmo riassumere nominando New Order e Morcheeba. Probabilmente uno dei pezzi più leggeri del disco. Interessante il basso di Andrea Cozzani. Francamente mi pare che sia una canzone particolarmente orecchiabile senza essere trascinante, ad esempio, come "Chase The Sun".

5- Inside All The People: qui dovrei alzarmi dalla scrivania e ballare per la stanza, ed è difficile scrivere qualcosa che vada al di là di un commento euforico. Il video, quest'inverno, era spettacolare: l'interpretazione di Black suggestiva e ammaliante, l'anima della canzone magnetica e incisiva e davvero, ammettiamolo, prossima all'immortalità, nel suo genere. Un martellante e frenetico inno, che non sento di limitare, nella sua grandezza, ascrivendolo ad un genere o ad una influenza particolare. Va ascoltato e interiorizzato e lasciato esplodere nello spirito. L'ultima volta che una canzone aveva saputo così esaltarmi era stato tre anni fa, "Leave" dei R.E.M., in quel disco epocale e irripetibile che era New Adventures in Hi-Fi. Ecco, individuata una suggestione, ma è davvero superflua.

6- Under The Rain: una delle tracce più complesse: inizialmente seduce la voce della Doherty, un parlato che si risolve in una progressivo canto di sirena; quasi come i Planet Funk avessero desiderato rallentare il ritmo impressionante di "Inside All The People" con una traccia più vicina agli Everything but The Girl; club-style, virtuosismi alle tastiere, altra discesa introspettiva. Attorno al terzo minuto dei sei della canzone ho la sensazione che questo brano potrebbe rappresentare l'archetipo dello stato d'animo di chi vive un'attesa meravigliosa e lacerante; cade lenta questa pioggia, ripenso a Verlaine e mi accorgo che finalmente dopo "Riders on the Storm" dei Doors e "Private Investigations" dei Dire Straits l'effetto pioggia ha conosciuto una lettura completamente nuova.

7- Paraffin: Dan Black alla voce, penultima volta dopo la titanica interpretazione di Inside All The People e i virtuosismi di The Switch. Atmosfera da Porcupine Tree, o se preferite a tratti più vicina alle sperimentazioni del progetto Unkle del Dj Shadow(ricordate "Rabbit in your Headlights" con Thom Yorke o "Lonely Soul" con Richard Ashcroft? Ecco. La differenza è che Black non è ancora riconosciuto per il talento che ha dal grande pubblico). A questo punto è davvero estraniante pensare a questo gruppo come a una band italiana. Solo la P.F.M. aveva saputo essere, a suo tempo, così vicina all'internazionalismo e all'universalità. Non è un caso,forse, che in entrambi i casi una delle anime sia il progressive rock. A proposito, qui le tastiere potrebbero essere tranquillamente, in conclusione, quelle del Vangelis di Blade Runner.

8- Piano Piano: Intimismo e interiorizzazione. Un pezzo che sembra annunciare la prossima conclusione dell'esperimento e del progetto. Mi piace pensare rappresenti una pausa di riflessione del progetto Planet Funk. Qui sono più evidenti le influenze degli Ozric Tentacles o dei Pink Floyd di Momentary Lapse of Reason.

9- Tightrope Artist: qui qualcosa mi suggerisce di nominare i Massive Attack dei primi tempi, delle Blue Lines, o i primissimi Prodigy; l'interpretazione roca e sporca del vocalist Raiz contribuisce a realizzare un pezzo piuttosto dissonante, almeno in apertura, col resto del disco. Poco a poco, torna la magia dell'incantesimo Planet Funk; atmosfera poco a poco più sognante e visione pura di una ricerca nuova nel panorama musicale.

10- Who Said: Dan Black alla voce. Influenze, ancora una volta, dalla dance nobile, per così dire: l'estraniamento, ancora una volta, nasce dall'interpretazione del vocalist, che ci trasporta nella dimensione sperimentale dei piccoli gruppi underground inglesi. Quanta nostalgia dei vecchi Depeche Mode. Se non erro, in questa traccia c'è più di un debito ai vecchi Blur di Damon Albarn. E non solo nell'esecuzione del Black.

11- The Waltz: Un titolo dalle atmosfere mitteleuropee per una band che davvero dista dalla mitteleuropa. Ecco un tributo a Jean Michel Jarre, a Vangelis e ai Pink Floyd della Division Bell; un'escursione epica che conclude degnamente un album sicuramente innovativo e fortemente sperimentale. Maggie Reilly si reincarna definitivamente in Sally Doherty. C'è tempo per una ghost track, dal sapore psichedelico, jungle e notturno, e adesso dovremo attendere qualche anno per le prossime elettive perfezioni alchemiche dei Planet Funk.

Guitars, keys and bass: Domenico Canu
Guitars and keys: Sergio Della Monica
Keyboards and guitars: Marco Baroni
Keys and decks: Alex Neri
Guitars and bass: Alessandro Sommella
Guest Vocals: Dan Black, Auli Kokko, Sally Doherty, Raiz.

Sito Internet: www.planet-funk.net

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